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Giuseppe Ungaretti/Lindoro di deserto


Cima Quattro il 22 dicembre 1915

Dondolo di ali in fumo
mozza il silenzio degli occhi
Col vento si spippola il corallo
di una sete di baci
Allibisco all'alba
Mi si travasa la vita
in un ghirigoro di nostalgie
Ora specchio i punti di mondo
che avevo compagni
e fiuto l'orientamento
Sino alla morte in balia del viaggio
Abbiamo le soste di sonno
Il sole spegne il pianto
Mi copro di un tiedipo manto
di lind'oro
Da questa terrazza di desolazione
il braccio mi sporgo
al buon tempo.


A Giuseppe Ungaretti, visto di notte alla televisione leggere "I fiumi"/d. rondoni


Non ho fiumi io,
non ho mai vissuto sporgendo
il volto sull'acqua
che quieta o vorticosa
taglia la città, nobilita o nel gorgo
ruba via tutti i pensieri.
Non ho avuto
gradoni di pietra su cui disteso
perdere sotto il sole
il lume della mente, addormentando.
Ho avuto viali,
strade larghe, rumorose, il getto alto
di tangenziali,
braccia aperte di povera madre
vene da cui entra in città
ogni genere di roba.
Ho avuto viali d'alberi
o rapide vertigini tra l'acciaio di pareti
e vetro oscuro.
Il caos
Li rende identici, sotto la pioggia
sono l'inferno,
sono frenetici.
Ma la notte, quando cade
la notte
si ridisegnano,
viali nuovi
d'ombra e di solitudine,
quando li illumina il lento
collo dei lampioni e lo spegnersi
delle ultime réclame.
Si muovono allora leggermente,
ramificano, forse rotea un poco
tutta la città;
qualcuno finisce
in faccia a un castello, a una
cattedrale, altri smuoiono
sotto i fari arancio di un nodo autostradale -
i viali la notte respirano
con le foglie dei platani, larghe, nere,
le grate dei metro e l'aria nenia
che dorme sui bambini.
Tirano il fiato quando va
il passeggero dell'ultimo tram -
I viali mi danno
una vita speciale,
che non è pianto e allegria
non è, ma una ventosità,
un andare
ancora andare
che viene da chissà che mari,
da quali valli, da grandi fiumi.

levante/ungaretti

(thanks to d.b.)
La linea
vaporosa muore
al lontano cerchio del cielo 

Picchi di tacchi picchi di mani
e il clarino ghirigori striduli
e il mare è cenerino
trema dolce inquieto
come un piccione 

A poppa emigranti soriani ballano 

A prua un giovane è solo

Di sabato sera a quest’ora
Ebrei
laggiù
portano via
i loro morti
nell’imbuto di chiocciola
tentennamenti
dei vicoli
di lumi 
Confusa acqua 
come il chiasso di poppa che odo 
dentro l’ombra 
del
sonno