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Il suggeritore/Donato Carrisi

Sebastião Salgado

"Quando mi calo nel buio è sempre necessario trovare un motivo, una ragione forte che mi riporti alla luce. E' una specie di cavo di sicurezza per tornare indietro. Perché, se c'è una cosa che ho imparato, è che il buio ci chiama, ci seduce con la sua vertigine. Ed è difficile resistere alla tentazione... Quando torno fuori mi accorgo che non siamo soli. C'è sempre qualcosa che ci viene appresso da quel buco nero, rimanendoci attaccata alle scarpe. Ed è difficile sbarazzarsene."
"Perchè me lo stai raccontando?"
"Perchè è dal buio che vengo. Ed è al buio che ogni tanto devo ritornare."

Nikos Kazantzakis/Zorba il greco


si tesseva in silenzio, in segreto, giorno e notte, il miracolo della primavera.
Tutt'a un tratto levai un grido di gioia; di fronte a me, in una conca, un mandorlo audace e precursore era fiorito; faceva il capofila di tutti gli altri alberi, e annunciava la primavera.
Mi sentii sollevato. Era quello che volevo. Respiravo profondamente il profumo lievemente piccante. Lasciai la strada e andai a sedermi sotto i rami fioriti.
Rimasi lí a lungo, senza pensare a niente, senza alcuna preoccupazione, felice. Come se fossi seduto nell'eternità, sotto un albero del Paradiso.

(da) la caduta/Albert Camus

miso

Si accomodi, la prego. Lei guarda questa camera.
Nuda, è vero, ma pulita. Un Vermeer senza mobili e casseruole.
Senza libri, anche, da tempo ho smesso di leggere. In passato, casa mia era piena di libri letti a metà.
È disgustoso, come quelli che tagliano un pezzetto di un pasticcio di fegato e fan buttar via il resto.

D'altronde, a me ormai piacciono solo le confessioni, e gli autori di confessioni ne scrivono soprattutto per non confessarsi, per non dire niente di quello che sanno. Quando pretendono di far confessioni, è il momento di diffidare, ci si prepara ad imbellettare il cadavere.

Mi creda, io sono del mestiere. Perciò ho tagliato corto. Niente più libri, niente più vani oggetti, lo stretto necessario, pulito e lucido come una bara.


Stefano Benni/Elianto


La luna, amica dei solitari. Io la conosco bene: anch'io ero come te, stregato dai copioni deliranti dell’ instancabile drammaturgo nascosto nel mio ipotalamo. Anch'io ero preda di quelle strane reazioni chimico-neuronali, di quelle dissipazioni di potenziale elettrico che vengono chiamate sogni.

F.Dostoevskij/da Memorie dal sottosuolo


Vi giuro, signori, che l’essere troppo consapevoli è una malattia, un’autentica assoluta malattia.

Fëdor Dostoevskij/ i fratelli Karamazov


...Oh, Tu sapevi che la Tua azione si sarebbe tramandata nei libri, avrebbe raggiunto la profondità dei tempi e gli ultimi confini della terra, e sperasti che, seguendo Te, anche l’uomo si sarebbe accontentato di Dio, senza bisogno di miracoli. Ma Tu non sapevi che, non appena l’uomo avesse ripudiato il miracolo, avrebbe subito ripudiato anche Dio, perché l’uomo cerca non tanto Dio quanto i miracoli.

E siccome l’uomo non ha la forza di rinunziare al miracolo, così si creerà dei nuovi miracoli, suoi propri, e si inchinerà al prodigio di un mago, ai sortilegi di una fattucchiera, foss'egli anche cento volte ribelle, eretico ed ateo. Tu non scendesti dalla croce quando Ti si gridava, deridendoti e schernendoti: “Discendi dalla croce e crederemo che sei Tu”. Tu non scendesti, perché una volta di più non volesti asservire l’uomo col miracolo, e avevi sete di fede libera, non fondata sul prodigio.

Avevi sete di un amore libero, e non dei servili entusiasmi dello schiavo davanti alla potenza che l’ha per sempre riempito di terrore. Ma anche qui Tu giudicavi troppo altamente degli uomini, giacché, per quanto creati ribelli, essi sono certo degli schiavi. Vedi e giudica, son passati quindici secoli, guardali: chi hai Tu innalzato fino a Te? Ti giuro, l’uomo è stato creato più debole e più vile che Tu non credessi! Può egli forse compiere quel che puoi compiere Tu? Stimandolo tanto, Tu agisti come se avessi cessato di averne pietà, perché troppo pretendesti da lui, e chi ha fatto questo? Colui che lo amava più di se stesso! Stimandolo meno, avresti anche meno preteso da lui, e questo sarebbe stato più vicino all'amore, perché più leggera sarebbe stata la sua soma. Egli è debole e vile.

Che importa che egli adesso si sollevi dappertutto contro la nostra autorità e si inorgoglisca della sua rivolta? È l’orgoglio del bambino e dello scolaretto. Sono i piccoli bimbi che si sono ribellati in classe e hanno cacciato il maestro.

da "La leggenda del grande inquisitore"

PVT


Correggio sta a cinque chilometri dall'inizio dell'autobrennero di Carpi, Modena che è l'autobahn più meravigliosa che c'è perché se ti metti lissù e hai soldi e tempo in una giornata intera e anche meno esci sul Mare del Nord, diciamo Amsterdam, tutto senza fare una sola curva, entri a Carpi ed esci lassù.

José Saramago/Lucernario


Duro? No. Sono fragile, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto.

Leonard Cohen


I bambini mostrano le cicatrici come medaglie. Gli amanti le usano come segreti da svelare. Una cicatrice è quello che succede quando la parola si fa carne.

 Anche la disposizione dei mobili e dei soprammobili non è mai simmetrica. L’ordine che tu cerchi d’ottenere (lo spazio di cui disponi è ristretto, ma si nota un certo studio nello sfruttarlo in modo da farlo sembrare più esteso) non è la sovrapposizione d’uno schema ma un accordo tra le cose che ci sono.
Insomma, sei ordinata o disordinata?
Alle domande perentorie la tua casa non risponde con un sì o con un no. Tu hai un’idea d’ordine, certo, e anche esigente, ma cui non corrisponde nella pratica un’applicazione metodica. Si vede che il tuo interesse per la casa è intermittente, segue la difficoltà dei giorni e gli alti e i bassi degli umori.
Sei depressiva o euforica?
La casa con saggezza sembra abbia approfittato dei tuoi momenti d’euforia per prepararsi a accoglierti nei tuoi momenti di depressione. Sei davvero ospitale oppure questo lasciar entrare in casa i conoscenti è un segno d’indifferenza? Il Lettore sta cercando un posto comodo per sedersi a leggere senza invadere quegli spazi che sono chiaramente riservati a te: l’idea che si sta facendo è che l’ospite può trovarsi molto bene in casa tua pur che sappia adattarsi alle tue regole.
Cos’altro? le piante in vaso pare non siano state innaffiate da parecchi giorni; ma forse tu le hai scelte apposta tra quelle che non hanno bisogno di molte cure. Del resto in queste stanze non c’è traccia di cani o gatti o uccelli: sei una donna che tende a non moltiplicare gli obblighi; e questo può essere tanto segno d’egoismo quanto di concentrazione in altre e meno estrinseche ragioni, quanto anche segno che non hai bisogno di sostituti simbolici alle spinte naturali che ti portano a occuparti degli altri, a partecipare alle loro storie, nella vita, nei libri..
Vediamo i libri. La prima cosa che si nota, almeno a guardare quelli che tieni più in vista, è che la funzione dei libri per te è quella della lettura immediata, non quella di studio o di consultazione né quella di elementi d’una biblioteca disposta secondo un qualche ordine. Magari qualche volta hai provato a dare un’apparenza d’ordine ai tuoi scaffali, ma ogni tentativo di classificazione è stato rapidamente sconvolto da apporti eterogenei. La ragione principale degli accostamenti dei volumi, oltre la dimensione per i più alti o i più bassi, resta quella cronologica, l’essere arrivati qui uno dopo l’altro; comunque tu sai sempre ritrovartici, dato anche che non sono moltissimi, (altri scaffali devi aver lasciato in altre case, in altre fasi della tua esistenza), e che forse non ti capita spesso di dover cercare un libro che hai già letto.
Se una notte d’inverno un viaggiatore, Italo Calvino


Fëdor Michajlovič Dostoevskij


Nei ricordi di ogni uomo ci sono certe cose che egli non svela a tutti, ma forse soltanto agli amici. Ce ne sono altre che non svelerà neppure agli amici, ma forse solo a sé stesso, e comunque in gran segreto. Ma ve ne sono infine, di quelle che l’uomo ha paura di svelare perfino a sé stesso, e ogni uomo perbene accumula parecchie cose del genere.

Torino, marzo 1927


Certo signorina non potrà non stupirla, per non dire peggio, questa lettera di una persona che lei non conosce.
Vorrei farmi perdonare scrivendole che se lei non conosce me io conosco lei, ma non sarebbe sfacciata la pretesa? Pure…
Io la conosco, signorina, la conosco, ripeto, ma così, di sfuggita, l’ho seguita, l’ho osservata a lungo, talvolta, ma senza mai osare avvicinarla. Conosco le sue linee esteriori, qualche istante della sua vita e soprattutto quel po’ di anima che da un viso si può rivelare a un osservatore attento.
Ma è poco, signorina, al confronto dell’immensità di ciò che vorrei conoscere in lei.
Io non sono che un comunissimo studente di 19 anni e lei è lontana, tanto lontana.
Come avrei potuto avvicinarla, qua in Torino? Sempre in compagnia la trovavo e sarebbe stato ridicolo. Del resto, anche se avessi potuto incontrarla sola, sarei stato confuso nel numero dei “cacciatori” e tutto sarebbe finito. Questo mi spaventava e non osavo. E così per il timore di sciuparla, di sciupare l’immagine di lei che ho negli occhi, l’ho forse perduta senza riparo.
Ma non sono riuscito a dimenticarla, quando fu partita. E allora, cercando per tutti i giornali, l’ho finalmente ritrovata a Roma.
Se non sono riuscito che a farla ridere, signorina, mi getti in un angolo e sarà finita, ma se almeno un briciolo di quel che provo l’ho espresso, e lei l’ha compreso, allora non mi lasci in questo dubbio. E’ una speranza folle, ma pure una risposta benevola sarebbe tutta la mia gioia. Tante cose avrò da dirle se lei sarà così buona da ascoltarmi.
Vuole signorina?

Cesare Pavese

novecento/baricco


Io ne ho viste, di Americhe... Sei anni su quella nave, cinque, sei viaggi ogni anno, dall'Europa all'America e ritorno, sempre a mollo nell'Oceano, quando scendevi a terra non riuscivi neanche a pisciare dritto nel cesso. Lui era fermo, lui, ma tu, tu continuavi a dondolare. Perché da una nave si può anche scendere: ma dall'Oceano... Quando c'ero salito, avevo diciassette anni. E di una sola cosa mi fregava, nella vita: suonare la tromba. Così quando venne fuori quella storia che cercavano gente per il piroscafo, il Virginian, giù al porto, io mi misi in coda. lo e la tromba. Gennaio 1927. Li abbiamo già i suonatori, disse il tizio della Compagnia. Lo so, e mi misi a suonare. Lui se ne stette lì a fissarmi senza muovere un muscolo. Aspettò che finissi, senza dire una parola. Poi mi chiese:
"Cos'era?".
"Non lo so."
Gli si illuminarono gli occhi. "Quando non sai cos'è, allora è jazz."
Poi fece una cosa strana con la bocca, forse era un sorriso, aveva un dente d'oro proprio qui, così in centro che sembrava l'avesse messo in vetrina per venderlo.
"Ci vanno matti, per quella musica, lassù."
Lassù voleva dire sulla nave. E quella specie di sorriso voleva dire che mi avevano preso.
Suonavamo tre, quattro volte al giorno. Prima per i ricchi della classe lusso, e poi per quelli della seconda, e ogni tanto si andava da quei poveracci degli emigranti e si suonava per loro, ma senza la divisa, così come veniva, e ogni tanto suonavano anche loro, con noi. Suonavamo perché l'Oceano è grande, e fa paura, suonavamo perché la gente non sentisse passare il tempo, e si dimenticasse dov'era, e chi era. Suonavamo per farli ballare, perché se balli non puoi morire...

dialoghi con leucò



SAFFO: E' monotono qui, Britomarti. Il mare è monotono. Tu che sei qui da tanto tempo non t'annoi?
BRITOMARTI: Preferivi quand'eri mortale, lo so. Diventare un po' d'onda che schiuma, non vi basta. Eppure cercate la morte, questa morte. Tu perchè l'hai cercata?
S.: Non sapevo che fosse così. Credevo che tutto finisse con l'ultimo salto. Che il desiderio, l'inquietudine, il tumulto sarebbero spenti. Il mare inghiotte, il mare annienta, mi dicevo.
B.: Tutto muore nel mare e rivive. Ora lo sai. (...)
S.: Io ho voluto morire. Essere un'altra non mi basta. Se non posso esser Saffo, preferisco esser nulla.
B.: Dunque accetti il destino?
S.: Non l'accetto. Lo sono. Nessuno l'accetta.
B.: Tranne noi che sappiamo sorridere.
S.: Bella forza. E' nel vostro destino. Ma che cosa significa?
B.: Significa accettarsi e accettare.
S.: E che cosa vuol dire? Si può accettare che una forza ti rapisca e tu diventi desiderio, desiderio tremante che si dibatte intorno a un corpo, di compagno o compagna, come la schiuma tra gli scogli? E questo corpo ti respinge e t'infrange, e tu ricadi e vorresti abbracciare lo scoglio, accettarlo. Altre volte sei scoglio tu stessa, e la schiuma -il tumulto- si dibatte ai tuoi piedi. Nessuno ha mai pace. Si può accettare tutto questo?
B.: Bisogna accettarlo. Hai voluto sfuggire e sei schiuma anche tu.
S.: Ma tu lo senti questo tedio, quest'inquietudine marina? Qui tutto macera e ribolle senza posa. Anche ciò che è morto si dibatte inquieto.
.....
B.: Oh Saffo, onda mortale, non saprai mai cos'è sorridere?
S.: Lo sapevo da viva. E ho cercato la morte.
B.: Oh Saffo, non è questo il sorridere. Sorridere è vivere come un'onda o una foglia, accettando la sorte. E' morire a una forma e rinascere a un'altra. E' accettare, accettare, se stesse e il destino.
S.: Tu l'hai dunque accettato?
B.: Sono fuggita, Saffo. Per noialtre è più facile.
S.: Anch'io, Britomarti, nei giorni, sapevo fuggire. E la mia fuga era guardare nelle cose e nel tumulto, e farne un canto, una parola. Ma il destino è ben altro.
B.: Saffo, perché? Il destino è gioia, e quando tu cantavi il canto eri felice.
S.: Non sono mai stata felice, Britomarti. Il desiderio non è canto. Il desiderio schianta e brucia, come il serpe, come il vento.

Te deum del cuore, Avvenire 31 dicembre 2010/d. rondoni


E ora che l’anno finisce, il cuore deve de­cidere da che parte stare. Il cuore, che è la sede delle decisioni che davvero segnano l’esistenza, come dice la Bibbia. E il nostro cuore, adesso che finisce un anno duro e pie­no di fatiche, deve decidere: lamento o gra­titudine? È sempre così. Di fronte a un anno che passa, come di fronte al viso dei propri figli, o delle persone che ti trovi accanto. Hai mille motivi per lamentarti, cuore nostro. Mil­le motivi per dare voce alle ferite. Alle delu­sioni. Ai torti subiti. Mille motivi per far par­lare la lingua amara della rivendicazione. O la lingua stanca dell’avvilimento.

Molte notizie che anche oggi troviamo sui giornali farebbero salire parole dure dal cuo­re. Ma come c’è la durezza della pena, c’è an­che la durezza della gioia. La resistenza, la forza della gratitudine. Quella che proviamo per cose che magari sui giornali non ci fini­scono. La gratitudine per le cose da niente che costellano la nostra vita. Per il respiro che ancora ci viene accordato, e il riso e anche per il pianto con cui conosciamo il dolore e l’amore. Le cose che non fanno notizia, co­me il sorriso di un figlio, l’occhiata della per­sona che amiamo, il suo voltarsi quando la salutiamo. Quelle cose da niente che non fan­no notizia, ma che ci suggeriscono una gra­titudine invincibile. E noi vogliamo scegliere di rendere grazie per queste cose da niente. Per la fede dei semplici, papi nel fulgore del loro ministe­ro o ammalati nella penombra della loro of­ferta. Vogliamo ringraziare per tutte le ma­dri che, camminando lavorando soffrendo, non perdono la speranza. E custodiscono l’amore. Per tutti quelli che non fanno no­tizia e fanno andare il mondo, mettendo cu­ra e pazienza in lavori senza onori appa­renti. Gratitudine per la bellezza spavento­sa e dolce di questo posto chiamato Italia, edificato dal genio, dalla fede e dalla opero­sità dei nostri padri, sotto i cui cieli abitia­mo e vediamo panorami per cui vale la pe­na essere venuti al mondo. Il nostro cuore decide di ringraziare, in questa fine d’anno. Per le cose che ci hanno corretto. Per quel­le che, pure facendoci soffrire, ci hanno le­gato di più a ciò che vale. E ringraziare per le cose da niente, i ‘buon­giorno’ scambiati per le scale, i ‘se hai biso­gno di una mano, ci sono’ che ci hanno det­to anche con gesti silenziosi. Vogliamo ren­dere grazie per la benedizione dei bambini nostri e per quelli degli altri. Per i loro visi do­ve tutto reinizia. E per la pazienza dei nostri anziani, che onorano il tempo senza sentir­lo come una ingiustizia, ma come un chiari­mento. Vogliamo ringraziare per la pazienza preziosissima dei sofferenti nel corpo, nella mente. Per chi è restato senza lavoro, ma non senza dignità. Per le cose che non fanno mai notizia, come la cura e l’amicizia offerta da tanti a chi è solo. Per il mare di bene che con onde silenziose sostiene il nostro viaggio.

Ora che l’anno finisce strapperemo il cuore dalle mani del demonio lamentoso che vor­rebbe non farci vedere come i cuori di tutti cercano il bene. Ora che finisce l’anno con tutte le sue ferite e le sconfitte e le perdite, rin­grazieremo per tutti i doni, e per il segreto bene che si nasconde anche nel patimento se una mano ci passa sugli occhi come ai bambini. Ringrazieremo per tutti gli abbrac­ci silenziosi. Per i baci di amicizia e di amo­re scambiati. Per le cose da niente che non fanno notizia ma hanno fatto la vita e la spe­ranza per questo anno che finisce. E ringra­zieremo per il dono più misterioso di tutti, la fede. Per le mani che ce lo hanno offerto, per i volti che lo hanno confermato in mezzo al­le tenebre dell’anno. Per i dolci amici che ci hanno parlato di Lui, Signore buono dell’an­no che va e dell’istante che viene.

il demiurgo/rené guénon (1909)



È evidente che l’azione non può esistere per colui che contempla tutte le cose in se stesso, come esistenti nello Spirito universale, senza che vi si distinguano oggetti individuali, così come è espresso dalle seguenti parole dei Vêda: «Gli oggetti differiscono solamente per i loro nomi, accidenti e designazioni, così come le suppellettili ricevono nomi differenti, sebbene siano in realtà solamente diverse forme di terra». La terra, principio di tutte queste forme, è di per se stessa senza forma, ma tutte le contiene in potenza: tale è anche lo Spirito universale.

L’azione implica il cambiamento, cioè la distruzione incessante di forme che scompaiono per essere sostituite da altre: tali sono le modificazioni che noi chiamiamo nascita e morte, cioè i molteplici cambiamenti di stato che devono essere attraversati dall’essere che non ha ancora raggiunto la liberazione o la «trasformazione» finale, parola, questa, da intendersi nel suo significato etimologico, che è quello di passaggio al di là della forma. L’attaccamento alle cose individuali, o alle forme transitorie e periture è proprio dell’ignoranza; le forme non sono niente per l’essere che è liberato dalla forma, ed è per questo motivo che egli, anche durante la permanenza nel corpo, non è modificato dalle proprietà di quest’ultimo.

«Così egli si muove, libero come il vento, poiché i suoi movimenti non sono ostacolati dalle passioni.(...)»


Al di là dello specchio (e quel che Alice vi trovò)/L. Carrol


"Nella maggior parte dei giardini" spiegò il Giglio-Tigre,
"fanno i letti troppo morbidi - e così i fiori dormono sempre".

pvt/5



Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quest'abbraccio e non chiedere altro perché la sua vita è solo sua e per quanto tu voglia, per quanto ti faccia impazzire non gliela cambierai in tuo favore. Fidarsi del suo abbraccio, della sua pelle contro la tua, questo ti deve essere sufficiente, lo vedrai andare via tante altre volte e poi una volta sarà l'ultima, ma tu dici... stasera, adesso, non è già l'ultima volta? 
Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quando ti cerca in mezzo alla folla, fidarsi del suo addio, avere più fiducia nel tuo amore che non gli cambierà la vita, ma che non dannerà la tua perché se tu lo ami, e se soffri e se vai fuori di testa questi sono problemi solo tuoi; fidarsi dei suoi baci, della sua pelle, l'amore è niente di più, sei tu che confondi l'amore con la vita
stasera, adesso, non è già l'ultima volta? 

Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quando ti cerca in mezzo alla folla, fidarsi del suo addio, avere più fiducia nel tuo amore che non gli cambierà la vita, ma che non dannerà la tua perché se tu lo ami, e se soffri e se vai fuori di testa questi sono problemi solo tuoi; fidarsi dei suoi baci, della sua pelle, l'amore è niente di più, sei tu che confondi l'amore con la vita.

fondamenta degli Incurabili/iosif brodskij

duchamp

D’inverno, specialmente la domenica, ti svegli in questa città (Venezia ndr) tra lo scrosciare festoso delle sue innumerevoli campane, come se da dietro le tendine di tulle della tua stanza tutta la porcellana di un gigantesco servizio da tè vibrasse su un vassoio d’argento nel cielo grigio perla. Spalanchi la finestra, e la camera è subito inondata da questa nebbiolina carica di rintocchi e composta in gran parte di ossigeno umido, in parte di caffè e di preghiere.
Non importa la qualità e la quantità delle pillole che ti tocca inghiottire questa mattina: senti che per te non è ancora finita. Alla stessa stregua, non importa se sei più o meno autonomo, se e quante volte sei stato tradito, se il tuo esame di coscienza è più o meno radicale, più o meno sconsolante: comunque stiano le cose, presumi che per te ci sia ancora speranza, o almeno un futuro.

s. benni


E mi chiede, come va?
E io come al solito penso di rispondere nei diversi, seguenti modi.
Va molto bene, ho avuto un sacco di esperienze sessuali, soprattutto su autolinee, il mio cervello si è intriso di nozioni fondamentali e esperienze formative[...]fumo, bevo, e mi batto a duello ogni plenilunio.
Oppure potrei dire: adesso che ti vedo capisco quanto mi sei mancata, e la sola idea che tu sparisca di nuovo mi fa morire, ti amo, ti amo, ti amo e se mi rispondi “sarai mica scemo”, giuro che mangio tutti questi pesci crudi e due chili di pane con la mollica poi mi butto nella pozza gelida, mi verrà una congestione annegherò e avrai rimorso tutta la vita.
Alla fine dico soltanto: va bene, insomma, e tu?