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Cesare Pavese/You wind of March

Sei la vita e la morte. 
Sei venuta di marzo
sulla terra nuda -
il tuo brivido dura.
Sangue di primavera
- anemone o nube -
il tuo passo leggero
ha violato la terra.
Ricomincia il dolore.

Il tuo passo leggero
ha riaperto il dolore.
Era fredda la terra
sotto povero cielo,
era immobile e chiusa
in un torpido sogno,
come chi più non soffre.
Anche il gelo era dolce
dentro il cuore profondo.
Tra la vita e la morte
la speranza taceva.

Ora ha una voce e un sangue
ogni cosa che vive.
Ora la terra e il cielo
sono un brivido forte,
la speranza li torce,
li sconvolge il mattino,
li sommerge il tuo passo,
il tuo fiato d'aurora.
Sangue di primavera,
tutta la tetra trema
di un antico tremore.

Hai riaperto il dolore.
Sei la vita e la morte.
Sopra la terra nuda
sei passata leggera
come rondine o nube,
e il torrente del cuore
si è ridestato e irrompe
e si specchia nel cielo
e rispecchia le cose -
e le cose, nel cielo e nel cuore
soffrono e si contorcono
nell'attesa di te.
E', il mattino, è l'aurora,
sangue di primavera,
tu hai violato la terra.

La speranza si torce,
e ti attende ti chiama.
Sei la vita e la morte.
Il tuo passo è leggero.

cesare pavese

patric shaw

Last blues, to be read
some day

'T was only a flirt
you sure did know ‒
some one was hurt
long time ago.
All is the same
time has gone by ‒
some day you came
some day you'll die.

Some one has died
long time ago ‒
some one who tried
but didn't know.
11 aprile '50


le piante del lago/Cesare Pavese

Lord Snowdon by Koto Bolofo working on the Twiggy print in the dark room
Le piante del lago 
ti hanno vista un mattino.
I sassi le capre il sudore
sono fuori dei giorni, 
come l'acqua del lago. 
Il dolore e il tumulto dei giorni 
non scalfiscono il lago. 
Passeranno i mattini, 
passeranno le angosce, 
altri sassi e sudore ti morderanno il sangue
non sarà così sempre. 
Ritroverai qualcosa. 
Ritornerà un mattino che,
di là dal tumulto, sarai sola sul lago.

Torino, marzo 1927


Certo signorina non potrà non stupirla, per non dire peggio, questa lettera di una persona che lei non conosce.
Vorrei farmi perdonare scrivendole che se lei non conosce me io conosco lei, ma non sarebbe sfacciata la pretesa? Pure…
Io la conosco, signorina, la conosco, ripeto, ma così, di sfuggita, l’ho seguita, l’ho osservata a lungo, talvolta, ma senza mai osare avvicinarla. Conosco le sue linee esteriori, qualche istante della sua vita e soprattutto quel po’ di anima che da un viso si può rivelare a un osservatore attento.
Ma è poco, signorina, al confronto dell’immensità di ciò che vorrei conoscere in lei.
Io non sono che un comunissimo studente di 19 anni e lei è lontana, tanto lontana.
Come avrei potuto avvicinarla, qua in Torino? Sempre in compagnia la trovavo e sarebbe stato ridicolo. Del resto, anche se avessi potuto incontrarla sola, sarei stato confuso nel numero dei “cacciatori” e tutto sarebbe finito. Questo mi spaventava e non osavo. E così per il timore di sciuparla, di sciupare l’immagine di lei che ho negli occhi, l’ho forse perduta senza riparo.
Ma non sono riuscito a dimenticarla, quando fu partita. E allora, cercando per tutti i giornali, l’ho finalmente ritrovata a Roma.
Se non sono riuscito che a farla ridere, signorina, mi getti in un angolo e sarà finita, ma se almeno un briciolo di quel che provo l’ho espresso, e lei l’ha compreso, allora non mi lasci in questo dubbio. E’ una speranza folle, ma pure una risposta benevola sarebbe tutta la mia gioia. Tante cose avrò da dirle se lei sarà così buona da ascoltarmi.
Vuole signorina?

Cesare Pavese

dialoghi con leucò



SAFFO: E' monotono qui, Britomarti. Il mare è monotono. Tu che sei qui da tanto tempo non t'annoi?
BRITOMARTI: Preferivi quand'eri mortale, lo so. Diventare un po' d'onda che schiuma, non vi basta. Eppure cercate la morte, questa morte. Tu perchè l'hai cercata?
S.: Non sapevo che fosse così. Credevo che tutto finisse con l'ultimo salto. Che il desiderio, l'inquietudine, il tumulto sarebbero spenti. Il mare inghiotte, il mare annienta, mi dicevo.
B.: Tutto muore nel mare e rivive. Ora lo sai. (...)
S.: Io ho voluto morire. Essere un'altra non mi basta. Se non posso esser Saffo, preferisco esser nulla.
B.: Dunque accetti il destino?
S.: Non l'accetto. Lo sono. Nessuno l'accetta.
B.: Tranne noi che sappiamo sorridere.
S.: Bella forza. E' nel vostro destino. Ma che cosa significa?
B.: Significa accettarsi e accettare.
S.: E che cosa vuol dire? Si può accettare che una forza ti rapisca e tu diventi desiderio, desiderio tremante che si dibatte intorno a un corpo, di compagno o compagna, come la schiuma tra gli scogli? E questo corpo ti respinge e t'infrange, e tu ricadi e vorresti abbracciare lo scoglio, accettarlo. Altre volte sei scoglio tu stessa, e la schiuma -il tumulto- si dibatte ai tuoi piedi. Nessuno ha mai pace. Si può accettare tutto questo?
B.: Bisogna accettarlo. Hai voluto sfuggire e sei schiuma anche tu.
S.: Ma tu lo senti questo tedio, quest'inquietudine marina? Qui tutto macera e ribolle senza posa. Anche ciò che è morto si dibatte inquieto.
.....
B.: Oh Saffo, onda mortale, non saprai mai cos'è sorridere?
S.: Lo sapevo da viva. E ho cercato la morte.
B.: Oh Saffo, non è questo il sorridere. Sorridere è vivere come un'onda o una foglia, accettando la sorte. E' morire a una forma e rinascere a un'altra. E' accettare, accettare, se stesse e il destino.
S.: Tu l'hai dunque accettato?
B.: Sono fuggita, Saffo. Per noialtre è più facile.
S.: Anch'io, Britomarti, nei giorni, sapevo fuggire. E la mia fuga era guardare nelle cose e nel tumulto, e farne un canto, una parola. Ma il destino è ben altro.
B.: Saffo, perché? Il destino è gioia, e quando tu cantavi il canto eri felice.
S.: Non sono mai stata felice, Britomarti. Il desiderio non è canto. Il desiderio schianta e brucia, come il serpe, come il vento.

Indifferenza

Aneta Bartos - Resurrection (2012)

Ma la carne non trema. Soltanto un amore
la potrebbe incendiare, e quest’odio la cerca.
Tutte quante le cose e la carne del mondo
e le voci, non valgono l’accesa carezza
di quel corpo e quegli occhi. Nell’estasi amara
che distrugge se stessa, quest’odio ritrova
ogni giorno uno sguardo, una rotta parola,
e li afferra, insaziabile, come fosse un amore.
Cesare Pavese

Call me Ishmael



Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa - non importa quanti esattamente - avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. E’ un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare.
Herman Melville - Moby Dick o la Balena [traduz. di Cesare Pavese]

Gente non convinta



Questa pioggia che cade per piazze e per strade,
e in caserma e in collina, va tutta sprecata.
Domattína le piante saranno lavate,
lungo i viali, e il cortile in caserma bel molle,
da sfangarci al ginocchio: i lavori che fanno in città
sembran tutti quest'acqua che cade sui tetti.

(Fuori, piova nel buio per tutte le strade,
finirà che domani per terra c'è l'erba).

Si è veduto stasera venire giù l'acqua
per i fossi, in collina, e la terra ingiallita
dalle foglie e dal fango. Ma, sopra il sentore
della terra, uno sterile tanfo di fiori
che succhiavano l'acqua, e tra i fiori, le ville
che grondavano pioggia. Soltanto dall'altro versante,
arrivare sul vento un sentore di vigna.

(Fuori, piova nel buio per piazze e per strade,
non importa: c'è un vino che viene a scaldarci
di un calore che ancora domani sapremo cos'è).

C'è un odore di pietra nel vento bagnato,
e per terra, soltanto rotaie. Le donne che passano
le conosce nessuno. Le donne in città
sono sempre diverse e non servono a niente.
Nel casino, là sì che gli odori son buoni
e le donne son brave. Ma vivono come in caserma
anche loro e il lavoro che fanno è una stupidità.

(Non importa. le donne verranno a scaldarci
di un calore che ancora domani sapremo cos'è).

'notte d.

E' riapparsa la donna dagli occhi socchiusi 
e dal corpo raccolto, camminando per strada. 
Ha guardato diritto tendendo la mano, 
nell'immobile strada. Ogni cosa è riemersa. (c.p.)



realtà

I punti sono: che il reale è reclusione dove appunto si vegeta e sempre si vegeterà; e che tutto il resto, il pensiero, l'azione, è passatempo, tanto dentro che fuori. Conta quindi, possedere bene questo reale, passando tutto il resto. Anche perché, se non ci fosse la compagnia, come fu un tempo, non si sfrutterebbe nemmeno il passatempo pensiero-parola, ma si starebbe come un tronco, vivendo. Qui è (ripeto) il dramma: dir male del pensiero-parola, e perciò della vita-passatempo, rimpiangendo in silenzio tutto il resto ed esaltando dalla rabbia il reale, sempre possibile in chiunque come segregazione intera.

cesare pavese_il mestiere di vivere, 1936






cesare, sempre lui

Sia chiaro, una volta per tutte, che essere innamorato è un fatto personale che non riguarda l'oggetto amato - nemmeno se questo riami. Ci si scambia, anche in questo caso, dei gesti e delle parole simboliche in cui ciascuno legge quanto ha dentro di sé e per analogia suppone viga nell'altro. Ma non c'è ragione, non c'è bisogno che i due contenuti combacino. Ci vuole un'arte tutta propria per sapere accettare e interpretare favorevolmente quei simboli e disporvi la propria vita in modo soddisfacente. Nulla può fare l'uno all'altro se non offrire di questi simboli, illudendosi che la corrispondenza sia reale. Ma occorre una riserva at the back of one's head di pratica scaltrezza: occorre aver deciso di servirsi di questa offerta (fatta per bisogno individuale dell'oggetto amato) per appagare le proprie necessità. Chi sarà stato scaltro nell'impostazione della corrispondenza, non soffrirà vicende, farà accadere ogni cosa secondo il suo vantaggio, creerà un mondo di cristallo in cui si godrà l'oggetto. Ma non dimenticherà mai che la sfera di cristallo è un vuoto dove l'aria non penetra, e si guarderà dal romperla nell'ingenuo tentativo di arearla. Abbandoni, trasporti, figli, devozioni, fiducie: sono simboli individuali, dai quali l'aria - la mistica penetrazione dell'altro - è sempre esclusa.
Vi è insomma tra questi simboli e la realtà lo stesso rapporto che tra le parole e le cose. Bisogna essere così scaltri da prestar loro un significato senza scambiarli con la sostanza vera. Che è la solitudine di ciascuno, fredda e immobile.




c.pavese


I mattini passano chiari/e deserti. Così i tuoi occhi/s’aprivano un tempo. Il mattino/trascorreva lento, era un gorgo/d’immobile luce.
Taceva. Tu viva tacevi; le cose/vivevano sotto i tuoi occhi/(non pena non febbre non ombra)/come un mare al mattino, chiaro.
Dove sei tu, luce, è il mattino./Tu eri la vita e le cose./In te desti respiravamo/sotto il cielo che ancora è in noi.
Non pena non febbre allora,/non quest’ombra greve del giorno/affollato e diverso. O luce,/chiarezza lontana, respiro/affannoso, rivolgi gli occhi/immobili e chiari su noi.
E’ buio il mattino che passa/senza la luce dei tuoi occhi.
30 marzo 1950


"A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e attraversare la strada, per diventare come matte, e tutto era così bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravamo ancora che qualcosa succedesse, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, o magari venisse giorno all’improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare fino ai prati e fin dietro le colline."