Torino, marzo 1927


Certo signorina non potrà non stupirla, per non dire peggio, questa lettera di una persona che lei non conosce.
Vorrei farmi perdonare scrivendole che se lei non conosce me io conosco lei, ma non sarebbe sfacciata la pretesa? Pure…
Io la conosco, signorina, la conosco, ripeto, ma così, di sfuggita, l’ho seguita, l’ho osservata a lungo, talvolta, ma senza mai osare avvicinarla. Conosco le sue linee esteriori, qualche istante della sua vita e soprattutto quel po’ di anima che da un viso si può rivelare a un osservatore attento.
Ma è poco, signorina, al confronto dell’immensità di ciò che vorrei conoscere in lei.
Io non sono che un comunissimo studente di 19 anni e lei è lontana, tanto lontana.
Come avrei potuto avvicinarla, qua in Torino? Sempre in compagnia la trovavo e sarebbe stato ridicolo. Del resto, anche se avessi potuto incontrarla sola, sarei stato confuso nel numero dei “cacciatori” e tutto sarebbe finito. Questo mi spaventava e non osavo. E così per il timore di sciuparla, di sciupare l’immagine di lei che ho negli occhi, l’ho forse perduta senza riparo.
Ma non sono riuscito a dimenticarla, quando fu partita. E allora, cercando per tutti i giornali, l’ho finalmente ritrovata a Roma.
Se non sono riuscito che a farla ridere, signorina, mi getti in un angolo e sarà finita, ma se almeno un briciolo di quel che provo l’ho espresso, e lei l’ha compreso, allora non mi lasci in questo dubbio. E’ una speranza folle, ma pure una risposta benevola sarebbe tutta la mia gioia. Tante cose avrò da dirle se lei sarà così buona da ascoltarmi.
Vuole signorina?

Cesare Pavese

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